scritti politici

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L’accusa di antisemitismo, un’arma per Israele
Palestina: l’ampiezza della tragedia esige un sostegno impeccabile.

Le parole servono per pensare. Quello che possiede il potere di inquinarne il senso –e di introdursi così in modo surrettizio nella testa altrui– giunge ad assicurarsi un ascendente sull’opinione pubblica ed ad imporre il suo dominio.

Bisogna stare attenti. Le parole distolte dal loro senso diventano armi capaci di distruggerci, capaci anche di impedirci di pensare.

È questo processo spaventoso ed il suo uso abusivo da parte del potere che George Orwell aveva descritto nel suo romanzo profetico "1984."

30 gennaio 2005 | - : Israele Lobbies Disinformazione Palestina


Manifestazione contro l’Apartheid israeliana, il 10 aprile 2003 in Hebron

È ciò che accade con la parola magica "antisemitismo". Questa parola deviata dal suo vero senso, questa parola tabù, questa parola spaventosa, mira spesso ad imbavagliare quelli che mettono il dito sulle vere poste: il pericolo del sionismo.

Israele –uno Stato razzista violento, esclusivo, dove il tutto non ebraico è considerato vile e spreggevole– ha elaborato dei piani terribili, dei piani concepiti per spogliare, asservire e distruggere l’identità di un popolo intero.

Ora, i palestinesi resistono. La prova che non accetteranno mai di vedere le loro terre smembrate, i loro diritti violati, i loro bambini umiliati, è che, se occorre, si batteranno fino all’ultimo per la loro dignità.

Rimangono pur sempre molto inquieti. Perché la politica imboccata dal primo ministro Abou Mazen, se incanta Bush e Sharon, non incanta loro. Perché essa rischia di portarli verso qualche cosa di ancora più terribile dell’insuccesso del processo di Oslo.

Bisogna dirlo alto e forte. Generazioni di palestinesi hanno pagato con il loro sangue le vigliaccherie della comunità internazionale, ma anche le nostre incomprensioni, le nostre divisioni. Costantemente a confronto con la negazione della giustizia, compresi male dai media e dall’opinione di massa, i palestinesi non potranno vincere le loro immense sfide, senza un sostegno esterno sincero e libero da ogni ambiguità.

I massacri, gli assassini e gli imprigionamenti di bambini, le punizioni collettive, avrebbero dovuto spingere l’insieme dell’opinione israeliana ed internazionale a maggior severità verso le violazioni dello Stato ebraico.

Mantenere un posizione di "neutralità" in un conflitto, nel quale Israele occupa una posizione di potere assoluto, è un atteggiamento immorale.

Una domanda si pone a questo punto: i palestinesi sarebbero caduti così in basso se si fossero avuti degli Stati capaci di imporre in Israele le sanzioni urgenti e necessarie e delle associazioni capaci di portare un sostegno senza errori ai resistenti?

Nella guerra di una potenza contro un popolo, non c’è che un solo atteggiamento possibile per ogni persona umanamente impegnata: scegliere il campo del popolo oppresso.

Ora, a che cosa abbiamo assistito durante questi anni così traumatizzanti, nei quali i palestinesi erano lasciati in balia di sé stessi, in una situazione di abbandono e di blocco completo, e nella quale l’unità di tutte le forze politiche ed intellettuali disponibili si sarebbero dovute imporrre?

Agli attacchi e alle calunnie che avevano come scopo principale quello di seminare zizzania nelle file di quelli che volevano dedicarsi in tutta sincerità alle vittime.

Le cose sono andate troppo lontano. Settimana dopo settimana, han fatto circolare messaggi che incitavano a non leggere tale autore o a non frequentare un tal altro, sotto pena di essere automaticamente condannati, esclusi.

Così, mentre certi responsabili di associazioni soccombevano alla paranoia dell’ «antisemitismo», le forze di occupazione potevano, esse, continuare tranquillamente le loro estorsioni.

Paranoia, intendiamoci, sapientemente mantenuta. Tutti sanno che Israele ha disseminato il mondo di informatori e di agenti per spiare, fare elenchi, redigere rapporti sui suoi "nemici", e che l’infiltrazione e la diffamazione fanno parte della sua strategia di guerra.

Ma quando sono degli antisionisti quelli che designano le persone e gli scritti da bandire, ciò diventa incomprensibile. Questo si traduce concretamente nella spiacevole tendenza che hanno certe persone, che si credono apparentemente investite di una superiorità, a parlare a nome dei palestinesi, a tacciare senza scrupolo altre persone come «notori antisemiti", "notori néo-nazisti", ed a squalificare ciò che dispiace loro con l’affermazione perentoria: "ciò non serve la causa palestinese!"

I dirigenti dell’Unione Ebrea Francese per la Pace (Ujfp) -vicini a Gush Shalom- sono di quelli. Dicendosi antisionisti o solidali dei palestinesi, animano tuttavia frequentemente delle campagne di intimidazione e chiamano alla «più grande vigilanza» le associazioni: "Si vedono apparire su dei siti, in testi di sostegno alla Palestina o in tempo di riunioni pubbliche, discorsi pericolosi. Ci sono innanzitutto, anche se minoritari, degli antisemiti, dei revisionisti o dei negazionisti notori, smascherati da molto tempo e dei quali ci si stupisce che si possano infiltrare tanto facilmente in certi collettivi o che figurino su degli elenchi di diffusione…" [1]

È così che, durante questi anni tanto crudeli per i palestinesi, dove le critiche contro la politica brutale d’Israele sono andate amplificandosi, abbiamo visto il vice presidente dell’Ujfp, Pierre Stambul, intervenire presso siti o persone che davano (ed è loro diritto) la parola a personalità, come Israele Shamir o Dieudonné, affermando che erano degli antisemiti: "Sono abbastanza sbalordito di trovare questo "colloquio" di Silvia Cattori e di Dieudonné [...]. Se questo genere di articolo continua a essere trasmesso su "Marsiglia solidale" chiederò di essere cancellato" [2]

Il presidente dell’Ujfp, Richard Wagman, non è da meno. Difatti, quando è alla vigilia di una manifestazioni, si mette in guardia e avverte che «un dispositivo speciale è previsto per separare il corteo da ogni elemento insicuro [...] le cui parole d’ordine rischierebbero di screditare il movimento di solidarietà" [3]

Alla domanda di un militante indignato, «Chi sono i commissari politici e gli altri inquisitori incaricati di fare l’elenco degli "elementi insicuri"?", M. Wagman risponde: "Io", ed aggiunge: «gli "elementi insicuri" che bisogna tenere in disparte e da cui occorre prendere le distanze sono sostenitori di Israele Shamir che hanno fieramente brandito il suo lavoro antisemita "Il viso nascosto d’Israele"...» [4]

Perché è calunniato con una tale perseveranza Israele Shamir ? E, per assimilazione, tutti quelli che lo leggono o lo citano?

Perché questo scrittore israeliano di talento –conoscitore tanto bene del Talmud e della Bibbia che delle turpitudini dell’esercito israeliano– ha osato rompere dei tabù e aprire delle porte che i non ebrei non si sarebbero azzardati mai di toccare.

L’avete compreso! Israele Shamir ha una visione che va all’opposto di quelle persone che nell’instabilità della solidarietà –in Israele ed in Francia particolarmente– si arrogano il monopolio ed il controllo di ciò che deve e può esser detto.

Che cosa dice Shamir che imbarazza tanto quelli che hanno avallato, in modo più o meno opportunista, molte pretese soluzioni di pace? Che non si può separare la politica criminale d’Israele dalla nozione di "popolo eletto". Che gli ebrei devono dissociarsi da questo Stato che, in nome del "popolo ebreo" e della giudeità, beffeggia la vita ed i valori umani. Che non potrà esservi pace giusta senza lo smantellamento dello Stato d’Israele come Stato ebraico, e [senza] la sua sostituzione con uno Stato unico dove ebrei e non ebrei abbiano ugualidiritti. Che i palestinesi non vinceranno mai la loro guerra delle pietre, se fuori, i loro amici, non prendono le distanze da quelli che cercano di curare gli interessi sionistici.

Nei partiti politici le cose non si presentano meglio per le vittime dell’oppressione israeliana. Gli eletti che votano un sostegno cieco allo stato razzista d’Israele non si nascondono neanche. Così Dominique Strauss-Kahn: "Considero che ogni ebreo della diaspora, e dunque della Francia, deve, dovunque può, portare il suo aiuto a Israele. È del resto la ragione per la quale è importante che gli ebrei assumono delle responsabilità politiche. Tutto sommato, nelle mie funzioni e nella mia vita di tutti i giorni, attraverso l’insieme delle mie azioni, provo a portare la mia modesta pietra alla costruzione d’Israele" [5]

Gli esempi di esclusione abbondano e non hanno frontiere. Le persone che hanno sentore di queste calunnie vanno a ripeterle, le organizzazioni ebraiche e le ambasciate d’Israele archiviano i loro nomi e li citano alla nausea. In Svizzera, Patrick Mugny, deputato ecologista e membro della Licra svizzera [6], ha seguito i consigli della Licra francese rifiutando una sala di spettacolo a Dieudonné nel febbraio 2004 a Ginevra.

Sono ancora degli eletti socialisti che, nel 2004, hanno voluto scartare da un elenco elettorale la candidata dei Verdi, Alima Boumédienne-Thiery, che sospettavano di «antisemitismo" per la sua critica allo Stato d’Israele, ha avuto un bel protestare: "Sfido chiunque ad attribuirmi delle dichiarazioni antisemite", il male era fatto.

I palestinesi che, nel giugno 2004, si sono recati alla conferenza di Losanna "Un solo Stato democratico in Israele-Palestina", non dimenticheranno tanto presto l’ostilità con la quale un pugno di giovani ha accolto i partecipanti. Dichiarandosi del collettivo "Urgenza Palestina", hanno incoraggiato il suo boicottaggio. Il comunicato stampa del Collettivo diceva che erano "stati informati dai membri Ujfp particolarmente che Israele Shamir, notoriamente rinomato per i suoi propositi antisemiti" –così come di altre persone francesi di cui vi risparmio l’elenco– avrebbe partecipato a questa conferenza [7]

I partecipanti palestinesi che avevano riposto molta speranza in questo incontro internazionale, erano sbalorditi di scoprire che le persone che dicevano di agire in nome della loro causa, conducevano delle campagne sul tema dell’ «antisemitismo", arma favorita utilizzata dai sionistici contro gli oppositori alla politica d’Israele!

L’opportunità era troppo bella per Johannes Gurfinkiel, Segretario generale del Cicad [8]che non perde mai un’occasione per portare il dibattito sui temi dell’ «antisemitismo" e delle calunnie.

Forte della polemica aperta dal "Collettivo Urgenza Palestina", M. Gurfinkiel poteva rincarare, aumentare la pressione sui media per fare falliree la conferenza.

Risultato: instaurando un falso dibattito, il quale non poteva che rovinare la causa che essi pretendono servire, i responsabili del "Collettivo Urgenza Palestina" –su istigazione dell’Ujfp– hanno agito, in verità, contro gli interessi del popolo palestinese. E i media, poco attenti, hanno dato una larga eco a ciò che era solamente una manipolazione.

Da allora, M. Gurfinkiel non si è privato di servirsi dei nomi messi in lista dall’Ujfp. Così, all’epoca della venuta di Dieudonné in Svizzera nel dicembre 2004, M. Gurfinkiel ha rimesso fuori i nomi incriminati, per associarli all’umorista e dire che «impegnato in un combattimento di denigrazione della memoria di milioni di vittime della shoah, Dieudonné moltiplica le collaborazioni con gli attori e gli ideologi negazionnisti ed antisemiti, come [...]", aggiungendo, questa volta, anche il nome di "Noam Chomsky" [9] considerato tuttavia dal New York Times come il più importante intellettuale vivente.

Tutto ciò non regge, ma permette di sfuggire alle vere poste. Se non avessi visto coi miei occhi, nel dicembre 2003, Israele Shamir battersi contro i giovani soldati israeliani che brutalizzavano dei poveri contadini, se non avessi sentito un resistente, a Jenin, dire che gli scritti di Shamir erano tra i migliori attrezzi intellettuali di cui disponevano per "spiegare la barbarie di cui sono vittime", me ne starei ancora a credere ciò che l’Ujfp proclama. Ecco perché è importante diffidare delle demonizzazioni e cercare di sapere ciò che esse nascondono.

Che ciò sia chiaro. Non si tratta di prendere le difese di Israele Shamir o di Dieudonné. Ma se ci sono dei colpevoli, vi siano tribunali per giudicare e avvocati per difendere, perché occorre che tutte queste calunnie cessino.

Tutto porta a pensare che quelli che si servono di parole quali "néo-nazista", "negazionnista", "antisemitismo" non sono "neutrali"! Ciò che è al centro delle preoccupazioni di quelli che se ne servono è, spesso, il controllo ideologico della questione palestinese e la preoccupazione di far dimenticare il progetto di dominio e di conquista coloniale di Israele deviando l’attenzione su falsi problemi.

Una domanda si pone a questo punto. Quelli di loro che hanno dei legami particolari con l’Israele, o che si definiscono per la loro confessione religiosa prima che per la loro cittadinanza, sono i meglio piazzati per parlare a nome dei palestinesi in una guerra in cui lo Stato d’Israele si definisce per mezzo della religione e conduce una guerra spietata contro i movimenti religiosi musulmani? La loro propensione non è di servirsi talvolta –consapevolmente o inconsapevolmente– del progetto di pace per imporre i loro punti di vista e relativizzare gli effetti terribili del regime coloniale di apartheid dello Stato ebraico sulla vita degli arabi e dei musulmani?

Si può fino ad un certo punto comprendere che le persone –prigioniere dei loro legami con Israele– possano sentirsi talvolta aggredite dai progetti che promuovono le idee e i privilegi sui quali Israele si è assiso, dato che, divise tra il loro desiderio di giustizia e i loro legami affettivi e religiosi, non sono aiutate dagli ideologi che hanno interesse a confondere i dibattiti.

Difatti, circolano abbondantemente messaggi elettronici particolarmente velenosi che istruiscono dei "processi" contro determinate persone e hanno manifestamente per scopo quello di convincere la gente che "il nemico da combattere" non è là dove si pensa.

Basta ripetere a gara che Israele Shamir è di estrema destra (mentre è a sinistra della sinistra), che "groppuscoli neo-nazisti [...] raccolti intorno a Israele Shamir [...] un patologico antisemita [...]. Ciò che mi fa pensare che queste persone sono degli agenti del Mossad o della CIA, più alcuni neo-nazistici evidenti come [...]. Non c’è che a proposito della Palestina che questa peste nazista raccolta come per caso attorno a ebrei russi…" [10]

"Peste, néo-nazista, antisemita patologico...." Quelli che usano e abusano di queste parole tabù, di queste parole raggelanti capaci di segnare durevolmente le coscienze, sanno molto bene perché! Sanno che la persona così insudiciata, sarà subito assimilata a quel momento terribile della storia: ai crimini di Hitler, alle camere a gas, ai campi di concentramento, dunque esclusa per sempre del dibattito.

Tutto ciò è triste. Perché la calunnia non porta niente di positivo. Contribuisce a disorientare ed a distogliere le persone sincere da una causa giusta che ha bisogno di appoggio.

Non c’è un altro modo di essere presenti nel dibattito e di lottare per la giustizia se non si vogliono creare nuove ingiustizie? La lotta per la giustizia non dovrebbe dividere le persone. Dovrebbe idealmente umanizzarle.

Quanti intellettuali di primo piano non sono stati calunniati a torto? I rabbini Weiss, Friedmann, Webermann, gli intellettuali impegnati come Noam Chomsky, Norman Finkielstein ne sanno qualcosa! [11]

Interrogati sul loro impegno, in quanto ebrei, ecco ciò che rispondono: "Siete stati chiamati neo-nazisti, i vostri libri sono stati bruciati, non ne avete abbastanza?."

Noam Chomsky: "Sono accusato di tutto ciò che potete sognare: di essere un propagandista nazista, un antisemita.... penso che per i tempi che corrono è un buon segno."

"Siete ebrei.... Che state facendo?" Rabbino M. Webermann: "È precisamente perché siamo ebrei che camminiamo coi palestinesi e che issiamo la loro bandiera! È precisamente perché siamo ebrei che chiediamo di restituire ai palestinesi le loro case e quanto loro appartiene!"

Siamo tutti capaci, insieme, ne sono sicura, di ispirarcici al loro esempio, per andare verso una maggiore umanità.

Silvia Cattori



[1« Vigilance s.v.p. Des propos dangereux ». Communiqué à l’attention de toutes les associations amies de la Palestine, 14 mars 2004, Bureau National de l’UJFP.

[2Testo che M. Stambul ha inviato al Foro del sito "Marsiglia solidale" il 30-11-2004, per protestare contro la diffusione del colloquio di Dieudonné registrato da Silvia Cattori.

[3Comunicato del 21 dicembre 2004 dove M. Wagmann delimita in anticipo la cornice della manifestazione prevista per il 12 gennaio 2005 contro la venuta a Parigi della Polizia di frontiera.

[4Il titolo del libro citato da R. Wagman non è "Viso nascosto…", ma "L’altro viso di Israele", di Israele Shamir, Ed. Al-Qalam, 2004. Libro che è in libera vendita . [Edizioni Al-Qalam, Libreria del Mondo Arabo, 220 St Jacques, 75005 Parigi, tél. (0)1-43294022, fax (0)1-43296629, e-mail: librairiemondearabe@free.fr A.S)].

[5Citazione tratta del settimanale francese La Vie, 11-4-2002

[6Licra (Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’antisemitismo) è un’organizzazione che si differenzia sempre meno dal Crif (Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche della Francia [Crijf]) e di altre organizzazioni ebraiche razziste.(

[7Comunicato stampa del "Collettivo Emergenza Palestine/Vaud" concernente la direzione della conferenza "Un solo Stato democratico in Israele/Palestina", redatto da Pierrette Iselin e P.A. Weber, 15-6-2004 (abbiamo tolto i nomi di persone citate che, nel caso presente, servono a screditare Dieudonné e Shamir).

[8"Coordinamento intercomunitario contro l’anti-semitismo e la diffamazione". funziona un poco sul model dell’Adl, che si può considerare come un’antenna al servizio dello Stato dell’Israele.

[9Opinione espressa in "24 Ore", il 18 dicembre 2004 da M. Gurfinkiel.

[10Testo diffuso via email, da D. Breitrach, nel 2004.

[11L’editore di Norman Finkelstein è stato perseguito in giudizio da William Goldnadel, presidente dell’associazione Avvocati senza frontiere, per avere pubblicato: L’industria dell’olocausto, Éditions La Fabrique, Parigi, 2001, un libro che denuncia la strumentalizzazione dell’olocausto da parte di un certo numero di persone e di gruppi ebraici che si servono della sofferenza del loro popolo per fini materia