scritti politici

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Un articolo di Pepe Escobar
La fatale attrazione USA-Consiglio per la Cooperazione del Golfo

Non c’è modo di comprendere l’incommensurabile psicodramma Stati Uniti-Iran, la spinta occidentale per un cambio di regime sia in Siria che in Iran, e i processi e le tribolazioni della Primavera Araba – ora cacciatesi in un inverno perpetuo – senza dare uno sguardo ravvicinato alla fatale attrazione tra Washington e il CCG (*) .

23 gennaio 2012 | Temi : Ingerenza Stati Uniti Iran Resistenza

CCG sta per Consiglio per la Cooperazione del Golfo, il club di sei ricche monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar, Oman, Kuwait, Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti - EAU), fondato nel 1981 e che da subito si è configurato come il principale alleato strategico degli Stati Uniti per le invasioni dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003, per la battaglia protratta nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia, e anche come quartier generale per "contenere" l’Iran.

La Quinta Flotta degli Stati Uniti sta stazionando in Bahrein e il quartier generale avanzato del Central Command ha sede in Qatar; il Centcom sorveglia non meno di 27 nazioni dal Corno d’Africa fino all’Asia Centrale, che il Pentagono fino a poco tempo fa definiva come "l’arco dell’instabilità". In sintesi: il CCG è come una portaerei degli Stati Uniti ingrandita sino alle dimensioni di Star Trek.

Preferisco riferirmi al CCG come al Circolo del Controrivoluzionari del Golfo, a causa delle sue eccellenti prestazioni nel sopprimere la democrazia nel mondo arabo, anche prima che Mohammed Bouazizi si desse fuoco in Tunisia più di un anno fa.

Prendendo lo spunto Orson Welles in Quarto Potere, la Rosabella all’interno del CCG è rappresentata dalla Casa di Saud che vende il suo petrolio solo in dollari – da qui la prevalenza del dollaro statunitense – e in cambio beneficia di un massiccio e incondizionato sostegno militare e politico da parte degli USA. Per di più i sauditi impediscono all’Organization of Petroleum Exporting Countries (OPEC) – dopo tutto sono loro i più grandi produttori di petrolio al mondo – di prezzare e vendere il petrolio con un paniere di valute. Questi fiumi di petrodollari ora sono convogliati nelle azioni e nei titoli del Tesoro statunitensi.

Per decenni praticamente il mondo intero è stato tenuto in ostaggio da questa attrazione fatale. Fino ad ora.

Dammi tutti i tuoi giocattoli

Il CCG è essenzialmente il centro dell’impero nel mondo arabo. Sì, fondamentalmente si parla di petrolio; il CCG sarà responsabile di oltre il 25% della produzione globale di petrolio fra le prossime decadi. Le loro minuscole classi dominanti - dalle monarchie ai soci in affari – agiscono come un annesso cruciale per la possente proiezione del potere degli Stati in tutto il Medio Oriente e oltre.

Ciò spiega, fra le altre cose, perché nell’ottobre dello scorso ’anno Washington abbia chiuso un succoso affare da 167 miliardi di dollari – il maggior accordo bilaterale nella storia degli Stati Uniti – per fornire alla Casa di Saud una prima collezione di nuovi F-15, Black Hawks, Apaches, bombe anti-bunker, missili Patriot-2 e navi da guerra.

Spiega il perché Washington irrorerà gli EAU con migliaia di bombe anti-bunker e l’Oman con missili Stinger. Per non menzionare un’altra mega-trattativa – dal valore di 53 miliardi di dollari - con il Bahrein, che non è stato ancora concluso perché le associazioni per i diritti umani – grazie a loro – la hanno denunciata con ferocia.

E poi c’è il nuovo schieramento - o, nel gergo del Pentagono, "riposizionamento" - di 15.000 soldati statunitensi dall’Iraq al Kuwait.

La motivazione per questa orgia belligerante è fornita dalla logica dei soliti sospetti; la necessità di costruire una "coalizione dei volenterosi" per "contrastare l’Iran". Perché l’Iran? È un mezzo scherzo, perché l’Iran non fa parte del CCG – ossia di una satrapia degli Stati Uniti, come quelli nei bei tempi sotto lo scià.

Adam Hanieh, professore di studi sullo sviluppo alla School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra e autore di Capitalism and Class in the Gulf Arab States è stato uno dei pochi analisti globali che hanno tentato di decodificare la centralità del CCG nella strategia imperiale. In un’intervista basilare, Hanieh sottolinea tutto ciò cheè necessario sapere. E non sono cose belle [1].

Come Asia Times Online ha estensivamente documentato, la Primavera araba era morta prima di nascere per il CCG. In Oman il Sultano Qaboos ha scaricato camionate di soldi. In Arabia Saudita c’è stata una dura repressione preventiva e reiterata, sostenuta dalla maggioranza sciita della provincia orientale, vicino al Bahrein, dove c’è il petrolio.

E nello stesso Bahrein, non c’è stata solo una dura repressione di hardcore - con la detenzione e la tortura documentata di centinaia di contestatori a favore della democrazia -, ma una completa invasione dei sauditi e delle truppe degli EAU.

L’invasione ha potuto dare al CCG un dolce assaggio di una vera espansione fisica. Il Marocco e la Giordania - anche se non precisamente nel Golfo per come l’ABC della geografia comanda – sono stati “invitati” a far parte del ricco club; dopo tutto, sono monarchie debitamente reazionarie, non repubbliche arabe "decadenti", come Libia e Siria.

Una domanda da porsi è perché la Primavera araba non abbia toccato la Giordania, dato che lo stesso vulcano socioeconomico che ha sconvolto Tunisia ed Egitto è ancora attivo. La parte determinante della risposta è che il CCG – ancor più di Washington, delle capitali europee e di Israele - è terrorizzato che il trono hashemita possa cadere.

Per l’immensa ricchezza del CCG è un gioco da ragazzi controllare la Giordania - un piccolo paese, dove la maggior parte della popolazione è palestinese, con una piccola opposizione organizzata (non sperate; l’intelligence giordana ha imprigionato o ucciso ogni dissidente). Per il CCG si tratta di spiccioli paragonati ai miliardi di dollari spediti in Egitto e Tunisia perché non osassero diventare "troppo" democratiche.

Non c’era altro modo per il CCG che diventare la Centrale Controrivoluzionaria dopo l’iniziale rotta democratica in Nord Africa. Come ha enfaticamente evidenziato Hanieh, gli autocrati dominanti nel Golfo non avrebbero potuto occuparsi meno delle masse impoverite nel MENA (Medio Oriente e Nord Africa).

Il culmine di questo processo è stato la nascita di un nuovo mostro, la NATOCCG. Che incarna il ruolo chiave del Qatar e degli EAU nell’invasione della NATO - e nella distruzione - della Libia. La Libia è stata un servizio in esclusiva del CCG – dai soldi veri alle armi dispensate ai "ribelli" fino alle iniziative attuali, all’intelligence e, ultima ma non per importanza, alla legittimità politica ottenuta con il voto farlocco della Lega Araba vota per ottenere un voto per la no-fly zone alle Nazioni Unite (solo nove dei 22 membri arabi della Lega Araba votarono sì, e sei erano del CCG; gli altri tre sono stati comprati e Siria e Algeria votarono contro).

E ora un tragico scherzo regna incontrastato; il CCG che cerca di intervenire per finanziare i fondamentalisti sunniti in Siria sotto la copertura dell’aiuto ai manifestanti pro-democrazia. Quando il mite segretario dell’ONU Ban Ki-moon esorta il Presidente Bashar al-Assad a fermare la violenza contro i rivoltosi siriani e afferma che il tempo delle dinastie e dei regimi autoritari nel mondo arabo sta arrivando alla sua fine, evidentemente crede che il CCG sia una colonia in uno degli anelli di Saturno.

Dopo che la NATOCCG ha vinto in Libia, nessuno si chieda se sia rimasta con le mani in mano. La strategia del CCG per un di cambio di regime in Siria è il modo preferito per indebolire l’Iran e la cosiddetta mezzaluna crescente, una fiction architettata congiuntamente durante l’amministrazione di George W. Bush dal re Playstation di Giordania e dalla Casa di Saud.

E ciò porta a una domanda inevitabile; cosa stanno facendo i due paesi più importanti dei BRICS - Russia e Cina – in questo momento?

Entri il dragone

L’immensamente potente segretario potente del Consiglio di Sicurezza Nazionale ed ex direttore del FSB (il successore del KGB), Nikolai Patrushev - un frequente visitatore dell’Iran - già ha avvertito del "pericolo reale" di un attacco degli Stati Uniti in Iran; gli Stati Uniti, afferma, “stanno tentando di trasformare Teheran da nemico in partner d’appoggio e, per arrivarci, cambiare il regime attuale in qualsiasi modo".

Per la Russia, il cambio di regime in Iran è un tabù. Il vice primo ministro della Russia ed ex rappresentante alla Nato, Dmitry Rogozin, ha già affermato, inequivocabilmente, che "l’Iran è un nostro vicino di casa vicino, appena sotto il Caucaso. Se qualsiasi cosa dovesse accadere all’Iran, se l’Iran dovesse essere coinvolto in contrasti politici o militari, questa sarebbe una minaccia diretta alla nostra sicurezza nazionale".

Quindi su un lato abbiamo Washington, la NATO, Israele e il CCG. Non esattamente una "comunità internazionale", come si vorrebbe far passare. E sull’altro lato, abbiamo Iran, Siria, un Pakistan che non sopporta più Washington, Russia, Cina, e decine di paese collegati al Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) che conta 120 membri.

La posizione della Cina in relazione al CCG è una fonte di un fascino infinito. Il Premier cinese Wen Jiabao ha appena fatto visita ai tre membri chiave del CCG, Arabia Saudita, EAU e Qatar.

Immaginatevi Wen Jiabao che dice al Principe alla Corona Nayef (il fratellastro di Re Abdullah) a Riyadh che Pechino auspica che aziende cinesi e “forti e rispettabili" investano una fortuna fortune in porti, ferrovie e sviluppo di infrastrutture in Arabia Saudita, come parte della loro sempre maggiore cooperazione "di fronte alle tendenze regionali ed internazionali mutevoli e complesse”. Immaginatevi Nayef che cosparge di saliva i baffi possenti, rimarcando che la Casa di Saud è davvero disposta a "espandere la cooperazione" in energia e infrastrutture.

Quello che va ad aggiungere sale alla pietanza è il fatto che Pechino ha anche una relazione strategica con l’Iran, e gode una sana relazione commerciale con la Siria. Quindi, per ciò che riguarda il Medio Oriente e l’Asia Centrale, Pechino sta scommettendo - diversamente dal Pentagono - su un vero "arco della stabilità”.

Come ha esposto Xinhua col suo stile accomodante senza eguali, per la leadership cinese è della massima importanza che la Cina e il Sud-Est asiatico “approfittino delle rispettive forze e si sforzino congiuntamente per uno sviluppo comune". Come mai nessuno a Washington riesce a pensare una cosa così semplice?

È vero che chiunque domini il CCG - con armi e supporto politico – progetta il potere a livello globale. Il CCG è stato assolutamente determinante per l’egemonia statunitense all’interno di quello che Immanuel Wallerstein definisce come il “sistema mondo”.

Ora diamo uno sguardo ai numeri. Fin dall’anno scorso l’Arabia Saudita esporta più petrolio in Cina che negli Stati Uniti. Ciò fa parte di un processo inesorabile per l’energia del CCG e le esportazioni di commodities che si muovono in Asia.

Dal prossimo anno gli asset stranieri detenuti dal CCG potrebbero raggiungere 3,8 trilioni con il petrolio a 70 dollari il barile. Con tutta questa "tensione" continuata nel Golfo Persico, non c’è nessuna ragione per credere che il petrolio starà sotto i 100 dollari nel futuro prossimo. In questo caso gli asset stranieri del CCG potrebbero arrivare all’ammontare sbalorditivo di 5,7 trilioni di dollari, il 160% in più rispetto al periodo precedente alla crisi del 2008, e un trilione in più degli asset esteri della Cina.

Allo stesso tempo, la Cina farà sempre più affari con il CCG. Il CCG sta aumentando le importazioni dall’Asia, anche se la prima fonte di merci d’importazione è ancora l’Unione europea. Nel frattempo, il commercio tra Stati Uniti e CCG sta calando. Nel 2025 la Cina importerà petrolio dal GCC per tre volte rispetto agli Stati Uniti. Non c’è da meravigliarsi che la Casa di Saud – per usare eufemismi – sia terribilmente eccitata da Pechino.

Quindi, per il momento, abbiamo la preminenza militare della NATOCCG, e geopolitica degli USACCG. Ma, più prima che poi, Pechino potrebbe avvicinarsi alla Casa di Saud e bisbigliare silenziosamente, "Perché non mi vendi il tuo petrolio in yuan?" Proprio come sta facendo col petrolio e il gas iraniano. Petroyuan, li vuole nessuno? Questa è una nuovissima serie di Star Trek.

Pepe Escobar
Asia Times Online, 20 gennaio 2012.


Pepe Escobar è l’autore diGlobalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War(Nimble Books, 2007) eRed Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge”. Il suo nuovo libro, appena uscito, èObama does Globalistan(Nimble Books, 2009).

(*) Vedi: “The myth of an isolated Iran”, by Pepe Escobar, Asia Times Online, 19 gennaio 2012.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE (23.01.2012):
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9750

Testo originale in inglese (20.01.2012):
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NA20Ak02.html



[1Vedi qui.