scritti politici
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Un articolo di Mike Marqusee
La solidarietà internationale sotto attacco
Il movimento internazionale di solidarietà con i palestinesi, cominciato con poche persone e con scarse risorse, è cresciuto fino a diventare una forza percepita da Israele come una seria minaccia. L’assalto alla flottiglia umanitaria ha rappresentato una escalation letale in quella che è diventata una campagna sempre più dura contro questo movimento, a cui partecipano oggi una ampia gamma di attivisti, dai portuali sudafricani che si rifiutano di scaricare merci israeliane agli studenti di Berkeley che chiedono il disinvestimento.
5 agosto 2010

La brutalità dell’attacco alla flottiglia ha dimostrato fino a che punto la politica israeliana sia giunta a temere e a detestare questo movimento globale dal basso. In un certo senso, la violenza ha rappresentato un perverso tributo a un gruppo di attivisti volontari decisamente inferiore a Israele in quanto a risorse economiche e istituzionali e accesso ai mezzi di comunicazione, ma che ha tuttavia esercitato su Israele una pressione maggiore di quanto abbiano fatto i governi più potenti del mondo.
È infatti stata l’ininterrotta collusione di tali governi con Israele a favorire la nascita di iniziative come la Freedom Flotilla per ristabilire l’equilibrio. Persone provenienti da società molto diverse sono giunte per molte vie alla solidarietà internazionale con la Palestina. Quasi sempre il loro impegno per la causa, un’impegno che ha spinto i passeggeri delle navi ad affrontare simili rischi e a subire punizioni di questo genere, è espressione di una più ampia aspirazione alla giustizia sociale e soprattutto della convinzione che questa giustizia debba essere globale per avere significato.
Uno degli obiettivi principali del fuoco di sbarramento informativo israeliano che ha seguito l’attacco è stato quello di screditare e dividere questo movimento. Si è cercato in particolare di isolare e demonizzare un elemento “islamico” o “jihadista” tra gli attivisti (scopo questo preannunciato dal trattamento particolarmente sadico riservato ai passeggeri identificati come musulmani dalle forze armate israeliane). La "nave turca" è stata definita la fonte di tutti i problemi. A un certo punto si è sostenuto che a bordo ci fosse una cellula di "al-Qaeda". È stata diffamata l’organizzazione umanitaria turca Insani Yardim Vakfi, o IHH. Le persone che in Occidente nutrono simpatie per i palestinesi venivano avvisate: era coinvolto un genere di persone con cui non avrebbero mai voluto fare fronte comune.

In Francia purtroppo una parte della sinistra, mossa da un’errata interpretazione del laicismo, è sembrata essere d’accordo. Si è rifiutata di partecipare a una protesta contro l’assalto alla flottiglia, sostenendo che tra i partecipanti ci sarebbero stati degli ecclesiastici musulmani. Con la scusa del rispetto dei valori universali, questo rifiuto ha rappresentato in realtà una limitazione di questi valori: l’espressione della solidarietà umana è stata assoggettata a condizionamenti ideologici. Altrove il movimento si è sviluppato abbracciando il pluralismo. Questo pluralismo ha preso forma non considerando una eccezione i palestinesi, ma universalizzando la loro lotta, basandosi su un impegno per i diritti umani e per standard comuni di giustizia. Lungi dal "mettere sotto accusa Israele", come viene in genere sostenuto, il movimento ha finalmente iniziato a denunciare come sia Israele a mettersi sotto accusa, chiedendo e ottenendo esenzioni da tali standard.

La varietà dei passeggeri della flottiglia è sempre stata la sua forza, facendo sì che un circolo molto più allargato di persone si sentisse in qualche modo legato agli avvenimenti nel Mediterraneo e avesse inoltre accesso a fonti di informazione non controllate dalla linea ufficiale israeliana. Superando le barriere nazionali, religiose e linguistiche, i passeggeri hanno rappresentato un pubblico globale in aumento, che si sente obbligato ad agire perché i rispettivi governi non lo fanno. Come già la variegata delegazione di stranieri che nel 1790 si era impegnata davanti all’Assemblea Nazionale a sostenere la Rivoluzione francese, essi sono stati "ambasciatori della ‘razza’ umana". Naturalmente lungi dallo scoraggiare Israele, questa loro funzione li ha resi una minaccia da contrastare con una dimostrazione di estrema violenza.

Come era prevedibile, portavoce israeliani hanno definito le uccisioni a bordo della Mavi Marmara una "autodifesa" da parte di soldati israeliani minacciati di "linciaggio." Le discussioni che ne sono scaturite sulla "violenza" e su chi ne sia responsabile riprendono una lunga tradizione secondo cui Israele ha classificato come "autodifesa" ogni negazione dei diritti palestinesi e ogni annientamento di vite palestinesi. Qualsiasi affermazione di tali diritti o qualsiasi tentativo di preservare quelle vite viene al contrario ritenuto illegittimo e denunciato come "aggressione" o "terrorismo".

Gli israeliani si inseriscono così in una tendenza di lunga data dei mezzi di comunicazione occidentali. Uno studio condotto dall’osservatorio dell’informazione Arab Media Watch sulla stampa britannica mainstream dal gennaio al giugno del 2008 ha riscontrato che le azioni violente israeliane sono state quasi sempre riportate come “rappresaglie” ad aggressioni palestinesi. Gli attacchi con i razzi vengono rappresentati come una “provocazione” a Israele cinque volte più spesso di quanto il blocco di Gaza venga rappresentato come una provocazione nei confronti dei palestinesi. Quaranta anni di occupazione sono stati descritti come una provocazione per i palestinesi in una sola occasione e la costruzione di insediamenti in due casi. Quando sui mezzi di comunicazione mainstream si sviluppa un dibattito, questo tende a essere imperniato sulla “proporzionalità” dell’azione israeliana, eludendo così le questioni di fondo dei diritti palestinesi e della dominazione israeliana.

A differenza dei movimenti di solidarietà cresciuti in risposta alle lotte in Vietnam o in Sudafrica, il movimento palestinese si trova di fronte un avversario con una rete internazionale propria, che predica una sua forma di solidarietà (con Israele), un vero e proprio movimento, sebbene conti sull’appoggio statale. La sua retorica e la sua tattica possono essere estremamente ciniche, ma non se ne può negare il fervore emotivo.
Costruire l’opposizione all’apartheid sudafricano non ha mai implicato un tipo di scontro sul campo contro avversari motivati ideologicamente e dalle notevoli risorse come quello che affrontano quotidianamente gli attivisti pro-palestinesi. La causa palestinese è una calamita per le vittime della discriminazione e dell’emarginazione, mentre la causa di Israele è una calamita per i privilegiati, i titolati, i beneficiari della supremazia occidentale e bianca. I ricchi e potenti si ritengono sotto assedio dei poveri e dei deboli e si riconoscono nell’autoritratto che Israele si dipinge. Le comunità ‘recintate’ del mondo si stringono intorno alla nazione recintata. L’élite indiana sempre più benestante – che ha perseguito con forza scambi governativi ed economici con Israele – considera Israele non solo un alleato nella lotta contro il “terrore islamico”, ma un passo verso rapporti più stretti con gli Stati Uniti e in senso più ampio un accesso al club esclusivo dei ricchi e potenti.

Così l’ideologia estremamente particolaristica del sionismo – che si basa sull’affermazione del possesso eterno di un determinato territorio da parte di un determinato popolo – diventa una causa di “civiltà” in senso più ampio. Questa ideologia funge da puntello alla definizione costantemente ampliata di “auto-difesa”. Per coloro i quali l’esistenza di uno stato basato sulla supremazia ebraica in Palestina è la condizione sine qua non della sopravvivenza ebraica, qualunque affermazione dei diritti palestinesi è una minaccia “esistenziale” - una negazione che va a sua volta negata. Come Stato per tutti gli ebrei, Israele si assume una missione globale e gode di prerogative speciali. Nel mondo contemporaneo solo gli Stati Uniti rivendicano un concetto più ampio di autodifesa, ribadendo di poter colpire ovunque per proteggere quelli che considerano i loro interessi. L’eccezionalità israeliana si vede rispecchiata e legittimata da quella statunitense, che a sua volta affonda le sue radici nella lunga storia del colonialismo occidentale, basato per secoli sulla pirateria in alto mare.
Dopo molti anni di educazione, lotte sociali e organizzazione dal basso, per non parlare della risoluta sfida all’intimidazione, il movimento di solidarietà ha finalmente cominciato a esercitare un vero effetto sugli equilibri di potere. Ma è necessario andare ancora molto oltre. Governi di ogni parte del mondo si sono uniti nella condanna dell’attacco israeliano alla flottiglia, ma molti di questi stessi governi continuano a fornire a Israele mezzi essenziali per proseguire la distruzione del popolo palestinese.
In un contesto del genere, coloro che si considerano, nelle parole di Thomas Paine, "cittadini del mondo" sono chiamati a raddoppiare gli sforzi per garantire il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni. Se Israele continua ad agire con impunità, se è la Palestina invece di Israele ad essere sottoposta all’isolamento, allora i potenti di ogni luogo vedranno rafforzate le loro possibilità.

Mike Marqusee
The Electronic Intifada, 5 agosto 2010


Questo testo è tratto da Midnight on the Mavi Marmara, disponibile esclusivamente presso OR Books.

Mike Marqusee è autore di If I am Not For Myself: Journey of an Anti-Zionist Jew (Verso).